Addestrato o no, chiunque può salvare la vita di un infartuato in arresto cardiaco. Basta non perdere la testa, chiamare il 118 e tirare su le maniche, senza respirazione bocca a bocca.

Ogni anno 50 mila italiani muoiono per arresto cardiaco: metà a casa, un terzo al lavoro o per strada, il 65% in presenza di testimoni. Se i soccorsi non sono tempestivi l’arresto diventa irreversibile: le cellule del cervello hanno 6-10 minuti di autonomia, poi le lesioni da mancanza di ossigeno non si possono più riparare.

Rapidità.
La prevenzione del danno cerebrale dipende quindi dalla rapidità e dall’efficacia dell’intervento dei presenti. L’American heart association ha appena aggiornato sulla rivista scientifica Circulation le sue linee guida in base al risultato degli ultimi studi. Questi hanno dimostrato che la rianimazione cardiaca, effettuata senza respirazione bocca a bocca e da chi non ha alcuna preparazione, ha la stessa efficacia di quella con respirazione bocca a bocca effettuata da persone addestrate: raddoppia i casi di sopravvivenza all’infarto. Se questo non bastasse, l’articolo 593 del Codice penale obbliga i presenti ad avvisare l’autorità, cioè a chiamare al più presto il 118, e a prestare assistenza, cioè a praticare la rianimazione cardiaca descritta in queste pagine.

Stato di necessità.
Michael Sayre, docente di pronto soccorso all’Ohio State University negli Stati Uniti e autore delle raccomandazioni, invita a non temere di danneggiare il malato, perché senza rianimazione la sua morte è certa. Anche la legge tutela chi interviene: l’articolo 54 del Codice penale, infatti, invocando lo stato di necessità, afferma che chi, intervenendo, causasse un danno, come la rottura di qualche costa, non è penalmente perseguibile.

Quando intervenire e quando non farlo
Il comitato dell’American heart association precisa che NON si deve intervenirecosì nei bambini e negli arresti cardiaci non dovuti a infarto (come nei casi di annegamento, trauma, ostruzione delle vie aeree,patologie respiratorie acute e overdose da droga). Nei casi di trauma, infatti, muovere il paziente può causare lesioni al midollo spinale. Nell’annegamento il sangue non contiene più ossigeno, quindi è necessaria la ventilazione; quanto all’ostruzione delle vie areere, esse vanno prima liberate.

Il solo massaggio cardiaco è invece utile nell’arresto cardiaco da infarto: il malato perde coscienza segnalando acuto dolore al petto o alla schiena. Per prima cosa conservare il sangue freddo echiamare il 118, precisando cosa è successo e dove (via,numero, piano, nome sul campanello, vostro numero di cellulare). In attesa dei soccorsi, tocca a voi. Verificate prima se il cuore si è fermato ponendo indice, medio e anulare sul collo, esattamente sotto la mandibola, premendo un po’ nel muscolo di fianco alla carotide. Se non percepite l’arteria carotidea dovete effettuare il massaggio cardiaco: il cuore risulta compresso tra due strutture rigide, la colonna vertebrale e lo sterno, e il sangue in esso contenuto viene spinto nelle arterie come accade nella contrazione sistolica. Nell’istante in cui cessa la compressione dello sterno si ha la riespansione elastica del torace e del cuore, che ha l’effetto di risucchiare il sangue dalle vene al cuore, come nel normale rilasciamento diastolico. Iniziata la rianimazione non dovete fermarvi più di 7-10 secondi.

Respirazione bocca a bocca
Uno studio su 4.000 interventi di rianimazione pubblicato nel 2007 sulla rivista The Lancet ha dimostrato che eliminando il bocca a bocca, le speranze di far sopravvivere una persona in arresto cardiaco fuori da un ospedale raddoppiano passando dal 10,2% al 22%.

6-10 minuti preziosi da sfruttare
Se i soccorsi non sono tempestivi l’arresto cardiaco diventa irreversibile: le cellule cerebrali hanno 6-10 minuti di autonomia; poi le lesioni da assenza di ossigeno diventano irreversibili. Ai globuli rossi, fermi nelle arterie, è però legato dell’ossigeno e il pompaggio manuale del torace ha il compito di farle giungere al cervello per prolungare la sopravvivenza delle cellule e consentire ai soccorsi di arrivare per tempo.

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In Italia se ne verificano ogni anno 350 mila. Quasi la metà viene curata male o con ritardi che possono essere fatali. I farmaci antiinfarto,o fibrinolitici, sono infatti efficaci soprattutto se dati entro due ore. Ecco i risultati di un grande studio condotto dall’Istituto Mario Negri di Milano sugli errori più comuni. E i suggerimenti per evitarli.

1. Niente medico
In caso di infarto minimizzare il tempo di ricovero è fondamentale. Per questo chiamare il medico è sbagliato: meglio andare subito in ospedale (eventualmente prendendo un’aspirina). In Italia solo una volta su tre l’ambulanza è chiamata entro 20 minuti. Quattro volte su dieci ci vogliono da cinque a 12 ore per il ricovero.

2. Può far male in sei modi diversi
La ragione del ritardo iniziale è che pochi sanno riconoscere l’infarto. Ecco come fare. Nel 70- 80% dei casi il dolore si manifesta nella parte centrale anteriore del torace da dove si irradia alla spalla, al braccio sinistro, raramente al destro, e alla mandibola. Nel 50% dei casi il dolore interessa anche il dorso. Nel 20% dei casi l’infarto provoca dolori che non colpiscono il cuore ma lo stomaco o la mandibola. In questi casi lo si può riconoscere dai sintomi di accompagnamento: debolezza, sudorazione copiosa, angoscia.

3. L’ideale: in 30 minuti al Pronto soccorso
L’organizzazione del centralino che riceve la richiesta di soccorso è molto importante per la rapidità del trasporto. Da quando si chiama il 118 a quando l’ambulanza arriva al Pronto soccorso dell’ospedale, 30 minuti vengono giudicati internazionalmente un tempo accettabile. Ma quattro volte su dieci da noi ci vogliono da 90 minuti a due ore e mezza: troppo. Meglio in strada. In Italia solo in alcune città – come Bologna, Udine, Ravenna e Verona – il trasporto in ospedale è soddisfacente. Secondo i ricercatori del Mario Negri, «i soccorsi sono particolarmente lenti quando l’infarto si verifica di notte o colpisce una persona che vive sola, più rapidi quando avviene in strada». Il problema non sta nella velocità delle ambulanze o nella distanza dall’ospedale ma nell’organizzazione del soccorso e nelle informazioni di cui dispongono il 118 e le ambulanze.

4. Chi arriva all’Unità coronarica in un’ora…
Al Pronto soccorso i medici visitano l’ammalato e gli fanno un elettrocardiogramma: poi lo inviano al reparto specializzato, l’Unità coronarica. Per fare una diagnosi di infarto i medici del Pronto soccorso non debbono impiegare più di dieci minuti dall’arrivo dell’ambulanza: così ha stabilito l’Associazione dei cardiologi americani durante un recente convegno. Errori di diagnosi: in Italia passano in media 20 minuti tra l’arrivo dell’ammalato al Pronto soccorso e l’entrata nell’Unità coronarica dell’ospedale. Ma in qualche caso, per una inefficiente organizzazione o per errori nella diagnosi, ci vogliono fino a tre ore.

5 …guarisce in 9 casi su 10
Su 100 italiani colpiti da infarto, 25 arrivano all’Unità coronarica entro due ore dai primi dolori, 30 entro sei ore e gli altri più tardi. La causa principale del ritardo sta nel tempo che si perde a casa – o dove si verifica l’infarto – prima di chiamare l’ambulanza. Riabilitazione. Nelle Unità coronariche (in Italia sono 400) l’ammalato è sottoposto a un prelievo e a esami del sangue per stabilire la gravità dell’infarto. Quando sono curati tempestivamente, gli infartuati guariscono 9 volte su 10. La rapidità del ricovero è l’elemento più importante anche per determinare la possibilità, dopo il periodo di riabilitazione, di riprendere una vita regolare

6. La cura: farmaci e by-pass
L’infarto è causato dal fatto che una delle arterie che riforniscono il cuore, le coronarie, viene ostruita da un grumo, o trombo. Questi grumi si sciolgono con farmaci detti fibrinolitici. Che sono però efficaci soprattutto nelle prime due ore dopo l’infarto. Chirurgia. Da un po’ di anni gli infarti più delicati possono essere curati, oltre che con farmaci, anche con l’angioplastica o con un by-pass delle coronarie. Ambedue gli interventi hanno l’obiettivo di “riaprire” le arterie che portano il sangue al cuore.

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In questo post prendo in esame i farmaci ansiolitici, soffermandomi sul Delorazepam, di cui esiste sia il generico che il commerciale (il famoso “En”). E’ uno degli ansiolitici più venduti al mondo, è un farmaco derivato dalla benzodazepine.

Ci sono alcune informazioni che riguardano questi farmaci che non sempre il paziente riceve al momento della prescrizione, o, se le riceve, è il paziente stesso a sottovalutarle.

Lo sapevate che viene spesso prescritto con superficilità?
Partiamo dalle indicazioni terapeutiche
e prendiamo i dati dal bugiardino: “Stati di ansia. Squilibri emotivi collegati a stress situazionali, ambientali e ad affezioni organiche acute e/o croniche. Distonie neurovegetative e somatizzazioni dell’ansia a carico di vari organi ed apparati. Sindromi psiconevrotiche. Nevrosi depressive. Agitazione psicomotoria. Stati psicotici a forte componente ansiosa e con alterazioni dell’umore. Disturbi del sonno di varia origine.”
E infine, da notare bene: “Le benzodiazepine sono indicate soltanto quando il disturbo è grave, disabilitante o sottopone il soggetto a grave disagio.”

A questo punto sorge una domanda: chi deve prescrivere l’ansiolitico? Ovvero chi è meglio in grado di diagnosticare uno dei disturbi elencati fra le indicazioni terapeutiche?
I più indicati sono gli psichiatri, i neurologi e i medici di famiglia. Agli altri specialisti, ad esempio quelli che sospettano “somatizzazioni dell’ansia a carico di vari organi ed apparati”, suggerirei solo di indicare l’ansia come possibile causa della patologia che hanno diagnosticato e di indirizzare il paziente presso uno dei tre specialisti prima elencati. I motivi principali, per cui i colleghi delle altre discipline dovrebbero solo indicare la via e non prescrivere il farmaco sono:  la somministrazione va seguita nel tempo; va valutato il percorso che porta alla sospensione; va fatta una visita finale. Ve lo immaginate ad esempio un cardiologo che vi visita per sapere come va l’ansiolitico? Non vi sembra un po’ fuori luogo?

In qualsiasi caso andrebbe comunque fatta una corretta a approfondita anamnesi (soffermandosi sugli aspetti psicologici del paziente) che miri a capire le cause e a trovare le soluzioni adatte ad ogni singolo caso.

La parte che però ritengo fondamentale è quella finale. Siamo certi che le benzodiazepine siano prescritte solo quando il disturbo è grave, disabilitante o sottopone il soggetto a grave disagio? Se fosse così sarebbe difficile spiegare il motivo per cui sono fra i farmaci più venduti al mondo. Un’ipotesi potrebbe essere questa: i medici non conoscono o non si fidano delle alternative. Quali sono? La psicoterapia e/o i rimedi naturali (tra questi i più utilizzati e conosciuti sono la valeriana, la passiflora, il biancospino e l’iperico). Come molte ricerche scientifiche dimostrano (ad esempio “Efficacia della psicoterapia nel trattamento del disturbo di panico con agorafobia” link), non c’è nessuna differenza fra questi rimedi e il farmaco.

Lo sapevate che viene spesso assunto per mesi o per anni?
Adesso vediamo la posologia e modo di somministrazione, s
empre dal bugiardino: “Il trattamento dell’ansia dovrebbe essere il più breve possibile. Il paziente dovrebbe essere rivalutato regolarmente e la necessità di un trattamento continuato dovrebbe essere valutata attentamente, particolarmente se il paziente è senza sintomi. La durata complessiva del trattamento, generalmente, non dovrebbe superare le 8-12 settimane, compreso un periodo di sospensione graduale. In determinati casi, può essere necessaria l’estensione oltre il periodo massimo di trattamento; in tal caso, ciò non dovrebbe avvenire senza rivalutazione della condizione del paziente.

Una domanda: quante persone conoscete che prendono ansiolitici senza sosta da diversi anni? C’è davvero qualcosa che non quadra! Questa è una di quelle informazioni che dovreste sapere tutti, la prima informazione che il medico dovrebbe dare al paziente, preoccupandosi che il paziente l’abbia ricevuta bene sia in prima battuta che nelle successive visite di controllo.  A giudicare dai risultati non credo che sia così.

Lo sapevate che l’assunzione causa una dipendenza difficile da curare?
Vediamo le speciali avvertenze e precauzioni per l’uso, d
al bugiardino: “L’uso di benzodiazepine può condurre allo sviluppo di dipendenza fisica e psichica da questi farmaci. Il rischio di dipendenza aumenta con la dose e la durata del trattamento; esso è maggiore in pazienti con una storia di abuso di droga o alcool. Una volta che la dipendenza fisica si è sviluppata, il termine brusco del trattamento sarà accompagnato dai sintomi di astinenza.
Lo sapevate? Sapevate anche che aumenta con il passare del tempo? Che dopo anni di uso continuato curare la dipendenza da ansiolitici è difficile quanto curare la dipendenza da alcool o droghe?
Infatti i pazienti che sono diventati dipendenti dalle benzodiazepine, alle dosi terapeutiche, normalmente sono accumunati da diverse delle seguenti caratteristiche (cfr. The Ashton Manual):

  • Hanno assunto benzodiazepine su prescrizioni mediche in dosi “Terapeutiche” (normalmente basse) per mesi od anni.
  • Hanno, gradualmente, sentito il bisogno di assumere benzodiazepine per svolgere le normali attività quotidiane.
  • Hanno continuato ad assumere benzodiazepine, nonostante il motivo che ne aveva in origine fatto scaturire la prescrizione fosse cessato.
  • Hanno difficoltà a sospendere l’assunzione del farmaco, o a ridurlo, a causa dell’insorgere dei sintomi da astinenza.
  • Nell’assunzione di benzodiazepine ad emivita breve,  sviluppano sintomi di ansia, tra una somministrazione e l’altra, o hanno un forte desiderio di assumere la dose seguente.
  • Contattano regolarmente il loro medico per ottenere ripetutamente le ricette necessarie per continuare il trattamento.
  • Diventano ansiosi se la ricetta successiva non è subito disponibile. Devono avere sempre con sé il farmaco. Possono assumerne una dose prima di un evento che ritengono possa loro generare stress, o nel caso di dover trascorrere una notte in un luogo diverso dalla solita camera.
  • Possono aver aumentato la dose, rispetto a quella indicata, inizialmente, nella prima prescrizione medica.

Se la risposta a tutte e tre le domande è stata si vi faccio i miei complimenti, siete persone ben informate e probabilmente anche il vostro medico ha saputo fornirvi tutte le indicazioni necessarie. Se invece la riposta anche ad una sola delle domande è risultata negativa ed assumente una benzodiazepina da più di 8-12 settimane, vi consiglierei di tornare dal vostro medico (o da uno specialista) e cercate urgentemente una soluzione.

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Bibliografia
Monografia Delorazepam
The Ashton Manual
Articolo scientifico “Efficacia della psicoterapia nel trattamento del disturbo di panico con agorafobia”
Pagina wikipedia Delorazepam



Lo hanno paragonato a un vulcano in eruzione. O, meglio ancora, a un campo di battaglia. Dentro un foruncolo si combatte infatti una microguerra, con morti, feriti, vittime innocenti e perfino sciacalli pronti ad approfittare della situazione. Ed è proprio questo combattimento a provocare l’esplosione del “cratere”.

In principio è il punto nero
Tutto comincia con l’infezione di un comedone, cioè di un punto nero. Sulla nostra pelle vivono infatti alcuni batteri di solito del tutto innocui come il Propionibacterium acnes e lo Staphylococcus epidermis. Essi possono penetrare all’interno dei pori otturati dai punti neri e provocare l’eruzione dei foruncoli. I batteri passano attraverso il poro e scendono nel follicolo dove si trovano le cellule che fanno crescere i peli e quelle che producono sebo, la sostanza oleosa che li protegge.

Guerra sotto la pelle
Questa infezione richiama subito le difese dell’organismo. Dai vasi sanguigni e dal derma circostante (il tessuto sotto l’epidermide) accorrono globuli bianchi e anticorpi. L’intera zona si gonfia: è nato il foruncolo. È rosso perché i capillari si dilatano per favorire l’afflusso dei “difensori”, che di solito nel giro di 24-48 ore distruggono i batteri. È una battaglia senza esclusione di colpi, che coinvolge anche gli innocenti: i globuli bianchi emettono infatti enzimi capaci di distruggere la membrana esterna dei batteri. Ma gli enzimi non fanno distinzione, e disgregano anche la parete delle cellule circostanti, quelle che formano il follicolo. Ecco perché, quando i foruncoli sono molti e profondi (come nei casi di acne grave), possono rimanere cicatrici. Verso la fine della battaglia, poi, dal sangue arrivano i macrofagi, cellule specializzate che fanno piazza pulita dei resti dei combattenti morti.

Cos’è il liquido giallo?
A questo punto il foruncolo è pieno di un liquido giallo, fatto di acqua, un po’ di sebo, anticorpi e batteri “sconfitti”, che riesce a farsi strada verso la superficie e a uscire dal poro. L’infezione è vinta. Il brufolo guarito. Lentamente anche il rossore diminuisce: i capillari si stringono e tornano di dimensioni normali.

Ormoni in campo
Perché ci sia un foruncolo, dunque, occorre che sulla pelle esista almeno un punto nero. È una specie di “reazione a catena”, che si innesca soprattutto durante l’adolescenza, ma che è alla base della formazione dei foruncoli anche negli adulti. Gli androgeni (ormoni sessuali) stimolano le ghiandole sebacee, che si trovano annesse a ognuno dei peli dell’epidermide, a produrre più sebo.

Uscita bloccata
La pelle diventa lucida, grassa, e reagisce facendosi più spessa: ciò fa sì che il poro si chiuda. La ghiandola continua a funzionare, ma il sebo non esce più: nel giro di qualche giorno si forma il punto nero.

È rosso? Non spremerlo
Serve schiacciare i foruncoli? Solo se hanno la puntina gialla leggermente in rilievo sul gonfiore circostante: significa che ormai l’apparato immunitario ha svolto fino in fondo il suo compito e si può fare uscire il liquido. Basterà tendere e poi premere un po’ la pelle intorno. Se invece il foruncolo è ancora soltanto rosso, schiacciare può addirittura essere dannoso: il liquido non può uscire perché il gonfiore ha stretto il canale che porta verso il poro e, premendo la zona con le dita, le pareti interne del follicolo possono rompersi, propagando l’infezione al derma circostante, con il risultato di aumentare il diametro del brufolo e quindi il rischio di cicatrici. Schiacciare i punti neri serve invece a impedire che si trasformino in foruncoli.

I brufol-esenti
Il brufolo, comunque, non è da tutti: ci sono persone che passano l’adolescenza senza un foruncolo, la pelle liscia come la seta, e altre che devono combattere con essi tutta la vita. La spiegazione è semplice: dipende dal numero e dal funzionamento dei recettori per gli ormoni che ognuno di noi ha sulle ghiandole sebacee. Alcune persone nascono con ghiandole dotate di molti recettori: alla pubertà esse cominceranno a funzionare e, ricevendo più ormoni, produrranno più sebo, dunque comedoni e foruncoli. Altri hanno meno recettori e quindi la pelle liscia. Non a caso ci sono popolazioni che non hanno quasi mai brufoli, come i giapponesi e i coreani: nelle loro ghiandole, pochi recettori.

Il cioccolato non c’entra nulla
Il cioccolato è innocente. Si può mangiarne a volontà e non avere un brufolo in più. Lo stesso vale per gli alimenti piccanti o per altri tipi di dolci. Diversi esperimenti condotti negli Stati Uniti hanno ormai dimostrato in modo inequivocabile che non sono gli alimenti a riempire la faccia di brufoli (a meno di non essere allergici, naturalmente).

Dieta dolce.
I ricercatori hanno messo due gruppi di adolescenti a diete differenziate: una ricca di cioccolato e dolciumi, l’altra del tutto priva di leccornie dolci. Dopo alcune settimane hanno messo a confronto le foto del viso dei ragazzi scattate prima e dopo l’esperimento. Il risultato? Le facce piene di brufoli prima della “cura al cioccolato” erano ancora foruncolose, ma l’acne non era aumentata, mentre la pelle dei ragazzi che non soffrivano di acne non aveva neanche un brufolo, come sempre. In compenso, i giovani del gruppo più fortunato erano ingrassati

Fonte: psichesoma.com

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muscoli

1) Piramidale (arriccia l’attaccatura del naso): perplessità.
2) Frontale (corruga la fronte): impressionabilità, emozione.
3) Frontale laterale (eleva sopracciglia): sorpresa, curiosità.
4) Sopracciliare (corruga la fronte tra le sopracciglia): concentrazione.
5) Sopracciliare verticale (arriccia l’attaccatura del naso): perseveranza.
6) Elevatore della palpebra: rilassato indica distensione.
7) Orbitale (abbassa il sopracciglio): forte attenzione.
8 ) Presettale (gonfia la palpebra): stanchezza.
9) Orbicolare (curva il sopracciglio): brio, contentezza.
10) Orbicolare palpebrale (avvicina le palpebre): sguardo penetrante.
11) Traverso del naso (lo arriccia): nervosismo
12) Elevatore superficiale del naso: come il numero 11.
13) Dilatatore narici: desiderio sensuale.
14) Mirtiforme (restringe le narici): opposizione.
15) Elevatore profondo (scopre i denti canini): desiderio di imporsi.
16) Piccolo zigomatico (solleva gli angoli della bocca): sofferenza.
17) Grande zigomatico (fa sorridere): piacere.
18) Buccinatorio (sorriso arcuando il labbro inferiore): piacere sensuale.
19) Risorio (arretra l’angolo della bocca): soddisfazione.
20) Orbicolare esterno (curva la bocca): avidità.
21) Orbicolare interno (stringe le labbra): chiusura.
22) Canino (rigonfia il labbro inferiore): autocompiacimento.
23) Triangolare (abbassa le labbra): inclinazione a temere il peggio.
24) Quadrato del labbro (abbassa il labbro inferiore): indecisione.
25) Quadrato del mento (abbassa il mento): forza di volontà.
26) Pellicciaio (pieghe nel collo): intenzione di agire.
27) Auricolare (muove il padiglione): cambiamenti emotivi.

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Businessman at Card Table
Nessun Paese sembra immune alla febbre dell’azzardo, e nessun governo rifiuta più di partecipare a un giro d’affari, calcolando che, ad esempio, con il fatturato del gioco in Italia del 2012 si sarebbe potuta salvare la Grecia!

Più euro = più guai
Parallelamente, però, cominciano i problemi. In Inghilterra, per esempio, due ragazzi su tre sono giocatori di lotterie istantanee (pur essendo il gioco vietato ai minorenni), come ha segnalato il quotidiano “The Independent”. Alla denuncia si associa Emmanuel Moran, responsabile del Comitato nazionale britannico per il gioco d’azzardo:«Vendere biglietti del gratta- e-vinci ai minorenni», dice, «finirà per produrre adulti dipendenti dal gioco».  Alcune persone, poi, sarebbero particolarmente esposte a questo rischio: sembra che sia la carenza di un certo ormone, la noradrenalina, a indurre alla ricerca di emozioni forti, come quelle date dal gioco.
Che poi la sindrome del giocatore patologico sia analoga all’alcolismo ormai è riconosciuto da psichiatri e psicologi di tutto il mondo. Ed è anche una malattia piuttosto strana, come ha scoperto la psicologa Lucia Giossi, dell’università Cattolica di Milano: «Il giocatore, anche se sostiene di voler vincere, in realtà gioca per perdere. Gioca per raccontarsi nelle sue perdite». Lo confermano due ricercatori dell’università dell’Illinois, Charles Warren e Bruce McDonough, che hanno sottoposto a elettroencefalogramma alcuni giocatori compulsivi. «Nei giocatori normali i “picchi” di attività cerebrale si hanno dopo le vincite, in quelli compulsivi succede il contrario: appena vincono, l’attività cerebrale declina», dice Warren. Come uscire, dunque, dal “tunnel” del gioco patologico? Farmaci non ce ne sono, ma all’estero esistono organizzazioni specializzate, come i Gamblers anonymous (simile agli Alcolisti anonimi) negli Usa, o Sos Jouers in Francia. E in Germania ci sono 80 centri di disintossicazione, in genere presso i reparti psichiatrici degli ospedali.

Dipendenza.
Il “mal d’ azzardo”, comunque, colpirebbe in forme più o meno gravi soltanto il 5 per cento dei giocatori abituali. Gli altri sono persone perfettamente razionali, pur essendo disposte di tanto in tanto a compiere un atto contrario alla logica: ogni gioco, infatti, è studiato per far perdere la maggioranza dei giocatori. A dirlo è la teoria delle probabilità, nata nel Seicento dagli studi del matematico Blaise Pascal, proprio per calcolare i rischi del gioco e le tecniche per vincere. Vediamo a quali conclusioni è arrivata, dopo trecento anni.

– Così si vince
«Il sistema più semplice e più conosciuto è quello del raddoppio, che si può usare con tutti i giochi che danno due possibilità, per esempio rosso e nero alla roulette», spiega Giorgio Dall’Aglio, docente di Statistica all’università La Sapienza di Roma. «Si parte puntando mille lire sul rosso: se si vince si smette, altrimenti si continua puntando una posta doppia, e così via. I problemi? Si deve avere un capitale illimitato, perché se per esempio il rosso non esce per 21 volte consecutive, alla ventiduesima volta si deve puntare più di un miliardo ». E la vincita finale, tenendo conto delle perdite precedenti, rimane di sole mille lire, quindi per accumulare una grossa cifra si deve disporre anche di una vita illimitata.
I ritardi non pagano.
Poi c’è il sistema dei ritardi, notissimo agli appassionati del lotto. Consiste nel puntare sui numeri che non escono da molte settimane, contando sul fatto che prima o poi dovranno uscire per forza. «Eh no! Chi la pensa così non conosce la statistica», spiega Domenico Costantini, studioso di Teoria delle probabilità all’università di Genova. «E’ vero, infatti, che è molto improbabile che un numero, diciamo il 13, non esca per cento settimane. Però non è vero che la centounesima settimana abbia maggiori probabilità di essere estratto ». Perché? «Perché, come si dice, “la sorte non ha memoria”. La statistica richiede che le 100 settimane siano scelte a caso. Se si prendono proprio quelle in cui il 13 è mancato, la probabilità è “condizionata”: di conseguenza le formule cambiano, e danno per la centounesima settimana una probabilità che esca il 13 identica a quella che si aveva la prima settimana».
Non frazionate le giocate.
Un altro consiglio che arriva dalla statistica è quello di non frazionare le giocate. «Se, per esempio, si vogliono raddoppiare centomila lire alla roulette, conviene puntare tutto sul rosso (o sul nero). Le probabilità di vincere sono circa 49 su 100, un po’ meno della metà perché c’è anche lo zero. Puntando invece 10 mila lire per volta, le probabilità diventano 37 su 100, e in media l’obiettivo si raggiunge in 98 puntate », spiega Dall’Aglio. Il fatto che la puntata secca appaia più rischiosa è solo la dimostrazione di quanto poco affidabile sia il “buonsenso” avendo che fare con l’azzardo.
Sfruttare la psicologia.
Una volta capito questo, si può anche cercare di sfruttare la psicologia della maggioranza. Per esempio in lotterie come quella ideata dallo Stato Usa del Massachusetts. Ogni settimana si estraeva un numero di quattro cifre, e il montepremi veniva diviso tra chi lo indovinava: uno studio statistico ha dimostrato che i numeri vicini a 0000 e 9999 venivano giocati raramente. E se uscivano pagavano di più, pur essendo egualmente probabili.

– Danno all’economia
«Il modo migliore di vincere è quello di non giocare », dice Costantini. Ma allora come si spiega il crescente successo in tutto il mondo delle lotterie e delle scommesse? In genere chi gioca lo fa perché desidera vivere in una dimensione irrazionale: il gioco d’azzardo è una classica situazione di scelta in condizioni di incertezza, perché il giocatore non ha informazioni sufficienti e deve quindi basarsi su elementi irrazionali. Questo bisogno di irrazionalità può addirittura danneggiare una nazione, se supera un certo livello. In Inghilterra, per esempio, nel corso del 1995 sono stati dirottati sulla lotteria 5 miliardi di sterline, più di quanto gli inglesi spendono in un anno in libri, o in pane. Secondo stime dell’economista David Mackie, un simile investimento in attività improduttive ha rallentato la crescita economica di mezzo punto percentuale.

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Perché donare il Midollo Osseo?
Alcune gravi malattie come la LEUCEMIA o l’ANEMIA APLASTICA,possono essere guarite con il trapianto di midollo osseo, che in molti casi rappresenta l’unica speranza di vita Ogni anno in Italia ci sono milioni di persone che ha bisogno di questo tipo di trapianto, purtroppo però solo in un terzo dei casi il donatore compatibile è un membro della famiglia, invece tra i non consanguinei è 1 su 100.

Chi può diventare donatore di midollo osseo?
Qualunque individuo di età compresa tra i 19 e i 45 anni può diventare donatore, purché non sia affetto da malattie del sangue o altre forme infettive.

Cosa succede se viene trovato un donatore compatibile?
Il prelievo del midollo avviene in anestesia generale.
Durante l’anestesia viene prelevato dal bacino la quantità di midollo necessaria.
Dopo il prelievo il donatore resta in ospedale 12-24 ore. A casa dovrà rimanere a riposo per 4-5 giorni.
Al termine del prelievo di midollo osseo, viene trasfusa un’unità di sangue precedentemente prelevata al donatore stesso.
Il midollo osseo prelevato si riproduce rapidamente ed entro una settimana è completamente ricostituito.

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Il periodo migliore per la raccolta di funghi è quello estivo ed autunnale. Le numerose precipitazioni costituiscono uno dei fattori principali indispensabili per lo sviluppo dei funghi. Acqua e calore sono gli elementi che ne inducono la formazione sul terreno.
Compito del fungo è la diffusione delle spore che provvedono a diffondere la specie.
Diverse specie di funghi sono commestibili ma molte altre o non hanno valore alimentare, o possono provocare addirittura fenomeni di intossicazione, anche con esito mortale.
E’necessario che ogni specie di fungo venga identificata con certezza prima di essere consumata. Molti funghi mangerecci hanno specie molto simili tossiche, solo una attenta individuazione della specie può evitare casi di avvelenamento.
Prima di essere consumato è importante identificare la specie del fungo.
La conoscenza oggi è notevolmente aumentata, sia grazie ai molti gruppi micologici che spesso organizzano lezioni e mostre, sia grazie all’esistenza degli ispettorati micologici presso le aziende sanitarie che per legge, oltre a controllare tutti i funghi destinati alla commercializzazione, effettuano gratuitamente il controllo dei funghi ai cittadini raccoglitori. Conoscere le singole specie fungine però non basta.
Per cercare di rendere la raccolta compatibile con l’ecosistema, esiste oggi una legge quadro a livello nazionale che localmente ha trovato riscontro, ormai in quasi tutte le regioni, in specifiche normative regionali.

LE REGOLE PER LA RACCOLTA

Primo fondamentale errore da non compiere, quando si va a cercare funghi, è quello di inoltrarsi in zone sconosciute, ignorando i principi base di precauzione, che sono poi gli stessi che vanno tenuti in considerazione quando si effettua un’escursione in montagna o per i boschi.
Dunque, conoscere il territorio, avvisare del proprio percorso amici o parenti, tenere in considerazione le condizioni metereologiche, fare attenzione a non farsi sorprendere dal buio, non perdere di vista punti di riferimento per poter identificare la propria posizione.

E’ necessario possedere un permesso apposito per raccogliere funghi. Si tratta del cosiddetto tesserino, rilasciato solitamente presso le Comunità montane, i Consorzi di gestione dei parchi, le Province nonchè, a seconda dei casi, presso i Comuni e gli esercizi pubblici convenzionati. Ogni Regione o Provincia autonoma possiede il proprio regolamento. E’ bene conoscerlo bene, prima di affrontare la ricerca.

Ogni Regione decide un tetto massimo per la raccolta (solitamente 2 o 3 Kg). Esistono poi restrizioni particolari per qualità particolari di funghi.
Solitamente il limite di peso per la raccolta varia per i residenti.
La raccolta non è consentita sempre, ma in giorni ed orari ben specifici.

E’ solitamente vietato:

– usare nella raccolta rastrelli, uncini ed altri attrezzi simili per smuovere o grattare il sottobosco, che possano danneggiare l’humus del terreno, compromettendo irrimediabilmente lo strato di micelio che produce i funghi.

– usare per il trasporto buste di plastica. I funghi raccolti vanno puliti sommariamente sul posto e conservati in appositi contenitori rigidi aerati (per esempio i famosi cestelli, in modo da evitare fenomeni di compressione e fermentazione e da consentire la disseminazione ulteriore delle spore. Va quindi assolutamente evitato l’utilizzo di sportine di plastica, carta e simili).

– tagliare i funghi alla base, rendendoli irriconoscibili.

– raccogliere gli esemplari troppo giovani (non hanno ancora prodotto spore); mentre si consiglia di evitare quelli troppo vecchi o ammuffiti.

– danneggiare intenzionalmente funghi di qualsiasi specie, che non vanno mai staccati per essere abbandonati sul terreno. Anche i funghi velenosi o quelli che non si conoscono svolgono indispensabili funzioni per il mantenimento dell’equilibrio biologico del bosco.

Infine, evitare sempre di consumare dei funghi che non siano stati identificati con certezza: nel dubbio meglio non rischiare.

ALCUNI CONSIGLI SU COME EVITARE L’INTOSSICAZIONE A CAUSA DI FUNGHI VELENOSI

La prevenzione è senza dubbio l’arma più valida per non cadere nei potenziali rischi che possono nascondersi nei funghi tossici o velenosi.
Ecco 5 regole molto importanti.
1. Se non si è esperti, vale sempre la pena di far controllare i vegetali che si sono raccolti presso i Servizi di riconoscimento micrologico, che sono attivi presso il servizio di Igiene pubblica di quasi tutte le Asl italiane. Il servizio è gratuito per tutti i cittadini. Grazie a questo semplice espediente, non si può correre alcun rischio di mettere un veleno dentro il piatto.
2. I funghi sospetti non devono essere riposti nello stesso cesto in cui si trovano quelli sicuramente innocui.
3. Non bisogna mai raccogliere i funghi quando sono ancora piccoli: è meno facile capire di che tipo si tratta.
4. I funghi vanno cucinati per 30-45 minuti: in alcuni casi, la cottura elimina parte delle tossine e sicuramente rende il fungo più digeribile.
5. E’ sempre bene mangiare i funghi entro 48 ore dalla loro raccolta. Inoltre, vanno conservati in frigorifero.

Le cose da fare in caso di intossicazione da funghi:

1. Alla prima comparsa di sintomi sospetti in uno dei commensali, è necessario recarsi subito in ospedale, senza aspettare che i disturbi si manifestino anche in tutti gli altri componenti della famiglia che hanno consumato lo stesso tipo di funghi.
2. E’ utile portare con sè anche un piccolo campione del vegetale incriminato (cotto, crudo o anche le rimanenze eliminate durante la sua pulitura) per dar modo agli specialisti di riconoscere la specie in questione e di valutarne al meglio i potenziali effetti.
3. E’ bene informare i medici sulla provenienza dei funghi, se cioè sono stati comprati, raccolti da dilettanti o da persone che si dichiaravano esperte.
4. E’, bene fornire ai medici del Pronto soccorso informazioni riguardanti il tempo intercorso tra l’ingestione dei funghi e la comparsa dei sintomi.

Le cose da non fare in caso di intossicazione da funghi:
1. Non ricorrere a farmaci in grado di bloccare la diarrea, visto che questo sintomo è un meccanismo di difesa attraverso cui l’organismo cerca di eliminare le tossine.
2. Non ingurgitare strani intrugli spacciati dalla tradizione come antidoti contro l’avvelenamento da funghi. Non bere mai latte, che, contrariamente a quanto si dice, non annulla assolutamente gli effetti dell’intossicazione.

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Il raffreddore è una malattia invernale!
Mito: la maggior parte dei raffreddori si prendono d’inverno.
Realtà: la maggior parte dei raffreddori si prendono in primavera/estate! Questo è dovuto al fatto che il virus diventa molto più attivo in quelle stagioni mentre in inverno sembra andare quasi in letargo.

Non bere il latte!
Molta gente pensa che bere latte quando si ha il raffreddore sia una cosa sbagliata poiché potrebbe causare un aumento della produzione di muco. In realtà il latte non causa un aumento della produzione di muco quindi puoi berne quanto ne vuoi senza preoccuparti del tuo raffreddore.

Non baciarlo!
Un mito popolare dice che baciare una persona col raffreddore ti farà ammalare di raffreddore. La realtà è che la quantità di virus presente sulle labbra e nella bocca sono minuscole e serve una dose molto più grande per infettarsi. È del muco nasale che bisogna preoccuparsi.

Il freddo vi fa venire il raffreddore.
Scommetto che alla maggior parte di voi è stato detto di non uscire con capelli bagnati o umidi, o di coprirvi bene prima di uscire per evitare di prendervi un bel raffreddore. In realtà la temperatura corporea e la temperatura ambientale non giocano nessun ruolo nell’ammalarsi di raffreddore. Ti prendi il raffreddore se entri in contatto con il virus del raffreddore! Non importa se sei al caldo, al freddo o se sei bagnato o asciutto.